venerdì 12 aprile 2013

A Pechino c'è un ristorante che sembra un cesso

pubblicato su Giornalettismo

 L’insegna è eloquente: una cacca. Di quelle classiche, arrotolate e stilizzate. Antropomorfizzate. Di fianco all’ingresso un cesso, all’interno del quale sembra che siano stati espletati bisogni fisiologici. Poi una scala stretta che sale, disegni alle pareti lasciano intendere che la protagonista sarà sempre lei, anche al piano di sopra: la merda. Vi è venuto appetito? In caso di risposta affermativa a Pechino c’è il ristorante che fa per voi, che ha fatto della liberazione intestinale la sua ragion d’essere. Si trova in una delle vie più trafficate e turistiche, Di’anmen, a meno di un chilometro dalla Torre del Tamburo, a due passi dal parco Beihai, dove quasi si vedono più visi pallidi che musi gialli.




Non aspettatevi di trovarlo brulicante di avventori. Anche quando ci sono stato io non c’era l’ombra di un cliente. Facile pensare che il numero di coperti serviti giornalmente sovente sia pari a zero. La novità non fa più breccia nel cuore dei patiti del genere weirdo ed il cibo è scadente. Mediocre il riso, oscena la pizza, insapore il purè di patate, che però ha proprio le sembianze della cacca, elevato il conto. Il riso viene servito in un piatto che simula una mini-turca, le bevande in calici escrementizi, sulle pareti gioiosi graffiti a tema. Per mangiare si sta seduti sulla tazza del cesso e tutto l’arredamento è basato su ciò che si può trovare in un bagno, ma c’è una pulizia a cui chi frequenta le classiche bettole cinesi negli hutong, dove si mangia dignitosamente con 20-30 yuan (2-3 euro), non è abituato. Insomma, si tratta di una curiosa trappola per turisti o per cinesi modaioli, che comunque a Pechino non mancano.







 


A gestirlo è una giovane coppia di cinesi. È facile immaginare che a breve il ristorante chiuderà e loro tenteranno la fortuna con altri business. Qua a Pechino è un vorticoso aprire e chiudere di locali. Nel giro di un paio di mesi capita che un posto apra e fallisca, come se nulla fosse; si costruisce, si demolisce, si cambia di gestione a ritmi impazziti. La fisionomia della città muta veloce, gli esercizi commerciali si susseguono, la concorrenza è spietata. Ci sarebbe da raccontare la storia di un italiano di 32 anni, Federico Moro, che quest’estate ha aperto il primo negozio di articoli da giocoleria della Cina, “Yiliao Juggling Shop”, ma dopo qualche mese ha dovuto chiudere a causa delle scarse entrate ed ora si sta dedicando alla vendita online. Come lui forse saranno costretti a chiudere anche i ragazzi del “toilet restaurant”, ma intanto c’è ottimismo e si rischia. E l’economia cinese va a gonfie vele.




Nella via lastricata di insidie davanti al mausoleo di Mao

pubblicato su Giornalettismo

Recarsi al mausoleo di Mao, nel centro di Piazza Tian An Men, non è una delle priorità dei turisti in visita a Pechino. Ci sono svariate ragioni per dare la precedenza ad altro, vista la moltitudine di intrattenimenti, musei, palazzi, giardini e luoghi d’interesse che offre la capitale. Eppure è un’esperienza stimolante per tastare il rispetto che il cosiddetto uomo della strada cinese nutre per il Grande Timoniere. Su Mao è opinione comune che gran parte dell’opera sia positiva, mentre la Rivoluzione Culturale un grosso sbaglio, costato solamente milioni di vite umane. E spesso non vengono attribuite a lui le colpe di quegli anni sanguinari che ancora oggi molti anziani che passeggiano negli hutong potrebbero raccontare a figli e nipoti. Dico “potrebbero” perché non amano farlo, visto che se sono sopravvissuti significa che probabilmente si trovavano dalla parte di chi commetteva delitti efferati e non di chi li subiva. La Rivoluzione Culturale è una delle Grande Rimozioni della Cina contemporanea. C’è da dire che il momento d’oro che stanno vivendo i cinesi ora forse non avrebbe potuto esserci se Mao non avesse violentemente estirpato radici, credenze, tradizioni che rallentano la via del progresso, formando un uomo più malleabile e predisposto alla grande trasformazione in atto. È un po’ come se quelle generazioni si fossero sacrificate per aprire le porte al benessere ed al consumismo dilaganti che pochi mettono in discussione oggi, almeno in Cina. Per trovare uno sguardo lucido, critico e spietato sulla Cina contemporanea consiglio vivamente una scappata al 798, un’ex fabbrica di armi che ora è il più importante quartiere degli artisti tra il quarto ed il quinto anello.


 

Per quanto mi riguarda c’è sempre stata una sorta di maledizione che mi impediva di accedere al mausoleo. Ogni volta che mi trovavo in piazza Tian An Men facevo un tentativo che si dimostrava vano. Sono molteplici i fattori che possono precludere l’ingresso.
- Chiusura: il mausoleo è aperto tutti i giorni dalle 9.00 alle 12.00 escluso il lunedì. Il sabato e la domenica la coda può essere lunga anche centinaia di metri, ma scorre assai rapidamente.
- Non si può portare con sé praticamente nulla. Dimenticatevi borse, zaini o sacchetti. A sud della piazza c’è la possibilità, pagando, di depositare i bagagli, ma ricordatevi di portare con voi un documento d’identità che potrebbe essere chiesto (quindi non dimenticatelo nella borsa che lasciate al deposito). Non portate assolutamente la macchina fotografica che verrà sicuramente rilevata in uno dei tanti controlli e verrete gentilmente obbligati a rinunciare alla visita, anche se credevate di avercela fatta.
- Ci sono anche dei sequestri assurdi. Gli accendini non sono graditi e l’ultima volta che sono andato nemmeno le sigarette. I fumatori cinesi erano costretti ad abbandonare i pacchetti in un enorme contenitore. Ma erano ben felici di farlo per Mao.





Vivendo in Cina, osservando la realtà e parlando con i cinesi, inevitabilmente avviene un rovesciamento di prospettiva sul fatto che si viva in un regime che limiti l’informazione; si impara a leggere diversamente gli anni di Mao e i pareri dei cinesi su Tibet e Taiwan, spesso inconciliabili con quelli degli Occidentali soggetti ad un’informazione per la quale il concetto di libertà è un caposaldo. All’inizio domandavo, ero curioso di sapere cosa pensavano i cinesi di queste questioni. Poi ho capito che non amano parlarne e che, forse a ragione, sono mediamente soddisfatti del sistema politico vigente. Nonostante la consapevolezza che la corruzione della casta dei dirigenti del Partito Comunista sia piuttosto comune c’è la credenza diffusa che il regime pensi a loro. Possiamo dire altrettanto dei nostri politici?


Nella via, lastricata di insidie, verso l’ingresso al Mausoleo, nella piazza più grande del mondo ove si può arrivare con una pista ciclabile che in alcuni tratti è più larga di un’autostrada, si è domati da controllori cinesi che gridano al megafono (ordini tipo: non mangiare, non sputare, non tenere le mani in tasca, non fare questo e non fare quest’altro) e controllano che nessuno porti all’interno materiale vietato. Scandiscono i passi della lunga marcia verso gli ultimi controlli al metal detector e alla perquisizione finale. Poi finalmente… il Mausoleo. All’ingresso viene offerta la possibilità, per soli 3 yuan (30 centesimi), di comprare un mazzo di fiori che potrà essere depositato nella stanza precedente a quella della salma. E’ ovvio che alla fine della giornata i mazzi verranno rimessi al punto di partenza, pronti di essere acquistati e donati da altri in un notevole riciclaggio floreale.


Terminato questo momento sale l’emozione perché ci si appresta ad entrare nella sala col cadavere del Grande Timoniere esposto in una teca e circondato da qualche guardia immobile come una statua. Nel centro di Pechino se ne vedono a bizzeffe di soldati sull’attenti che non battono ciglio. Di solito più stanno fermi più è importante il palazzo che difendono. Il volto di Mao sprigiona una luce potentissima, come se gli avessero piazzato nel cranio delle lampadine. Qualche cinese alza il braccio. Io, impregnato di cultura cristiana tengo le mani giunte come in preghiera. L’ossequiosa deferenza è palpabile e colpisce anche chi, come me, ben poco riesce ad immedesimarsi in questo rito.

All’uscita si può prendere fiato dopo aver vissuto un’emozione così forte. E subito viene offerta la possibilità di fare ciò che più i cinesi amano: lo shopping. Ogni genere di paccottiglia viene venduta a prezzi stracciati. A parte statue, cartoline, busti da mettere sul cruscotto dell’auto noto con gioa che c’è l’orologio con Mao che muove la manina. Cerco l’oggetto che mi piacerebbe avere: un salvadanaio raffigurante Mao, tipo il classico maialino che una volta pieno va rotto. Sarebbe un acquisto molto rappresentativo, ma qua non è in vendita.

Shanxi: viaggio a Linfen, la città più inquinata del mondo (Visetti: un grande giornalista!)

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In un sensazionalistico articolo di circa un anno e mezzo fa Giampaolo Visetti, l’inviato di Repubblica, raccontava dell’inferno in terra, vale a dire Linfen, nel sud dello Shanxi, la città più inquinata del mondo. Attratto dalle descrizioni degne di un romanzo post-apocalittico decido di passarci un giorno per vedere con i miei occhi cosa si prova a vivere in un posto dove si trascorre “la vita al buio, non si distingue la notte dal mezzodì, tutti vestono di nero, mettono le scarpe nei sacchetti di plastica per proteggersi dalle polveri sottili e i bambini non sanno cosa sono la luna e le stelle”.
Lo Shanxi è una regione fortemente dualista capace di offrire il meglio ed il peggio della Cina. Da un lato luoghi splendidi come il Wutai Shan, il monte sacro del buddhismo, le grotte di YungYang dove sono scolpiti enormi Buddha ed il tempio sospeso, miracolosamente attaccato alla roccia, sempre vicino a Datong; dall’altro un ambiente duramente martoriato dalle miniere di carbone, una costante del paesaggio che si scorge dal treno. Lo Shanxi produce un terzo del fabbisogno energetico della Cina e il carbone è fonte di ricchezza ma anche di devastazione ambientale. Le strade sono percorse da interminabili file di camion e la viabilità è duramente compromessa da questi rumorosi giganti della strada. I turisti Lonely Planet, che attraversano lo Shanxi su treni confortevoli, di solito fanno tappa a Datong, a Pingyao e in una manciata di altre località segnalate dalla loro bibbia.
VIAGGIARE IN TRENO IN CINA: Se non si ha la disponibilità economica di muoversi in aereo per le tratte interne il treno è un sistema efficiente, confortevole e poco costoso. In Cina, forse per sopravvivenze assai ridicole del comunismo che ora sussiste solo formalmente, non esistono le classi, come da noi. Eppure sono presenti numerosi tipi di sedili e cuccette con delle differenze abissali in fatto di comodità e di costi. Nulla a che vedere con la nostra prima e seconda classe, che quasi si equivalgono.
CUCCETTE MORBIDE: Un vero e proprio viaggio da signori. In uno scompartimento sono presenti 4 letti dove si può stare comodamente seduti e sdraiati. Ogni letto è dotato della sua luce. Con le cuccette morbide negli scompartimenti si può chiudere la porta e la carrozza ristorante è vicina; talvolta sono presenti delle prese di corrente per il portatile o per caricare il telefonino. Ma il lusso non è finito. Nelle stazioni, per i possessori di questi biglietti, sono presenti confortevoli sale d’attesa in cui separarsi dal resto della plebe, con poltrone più comode in un ambiente “esclusivo”. In alcune stazioni mi è capitato di vedere anche delle sale d’attesa VIP con dentro dei PC. Non so chi abbia il privilegio di accedervi, forse i dirigenti del Partito Comunista! Il diritto di ingresso a queste sale non è consentito neanche a coloro che sono dotati del biglietto per cuccette morbide. Indicativamente un viaggio di 600 km “soft sleepers” costa poco più di 20 euro. Tenete presente che  i prezzi variano in base al tipo di treno ed alla tratta.
CUCCETTE DURE : Anche nei cosiddetti “hard sleeper” il viaggio è confortevole. Sono presenti in questo caso 6 letti per scompartimento, 2 colonne di tre letti. Non è presente la porta per chiudersi dentro. Per salire al piano alto è necessaria un minimo di tonicità. Si ha lo spazio per sedersi solo nei letti al primo piano, gli altri devono chiedere ospitalità o utilizzare le apposite seggiole nei corridoi.
I SEDILI, DURI E MORBIDI :I sedili morbidi corrispondono a quelli dei nostri intercity. Iniziano ad essere problematici per i viaggi lunghi dove urge il bisogno di stendersi. I sedili duri invece vanno bene solo per le tratte brevi. Sono scomodi e costringono a irrigidirsi, ma sono di un’economicità disarmante. Si fanno tranquillamente 300 km con meno di due euro.
IN PIEDI: Sì, esiste anche questa temutissima opzione. Una volta terminati i biglietti (e questo succede sempre visto che i treni in Cina sono perennemente pieni) iniziano a distribuire senza parsimonia i biglietti standing, riconoscibili perché caratterizzati solo dal numero della carrozza senza quello del sedile. I passeggeri in piedi andranno a piazzarsi negli scompartimenti dei sedili morbidi che si trasformeranno in carri bestiame. Se siete in coda in stazione e vedete gente che alla velocità di Pietro Mennea cerca di guadagnare, anche a suon di gomiti, la prime posizioni, è perché ha un posto in piedi e cerca di conquistare una postazione accettabile, tipo vicino al bagno o tra una carrozza e l’altra dove ci si può sedere per terra o sulle valigie. Se, come me, acquistate i biglietti all’ultimo momento vi capiterà di sperimentare la peggiore violazione dei diritti umani che subirete in Cina: un lungo viaggio in piedi o accovacciati per terra, come si vede da alcune foto fatte nella tratta X’ian – Pechino, quasi 12 ore di standing estremo.
Terminata questa digressione sui treni torniamo al viaggio nella città più inquinata del mondo, almeno un anno e mezzo fa, poi pare sia stata superata in questo non invidiabile record. Con nella testa le vivide immagini del racconto di Visetti prendo un treno dalla iperturistica Pingyao, praticamente una paese ad usum shopping, come ne avevo visti nello Yunnan, in direzione Linfen, consapevole che per quella giornata non incontrerò neanche un occidentale e che l’inglese avrà lo stesso valore del sanscrito nell’alta società viennese.
Arrivo e il sole brilla in cielo, c’è una leggera brezza, la visibilità è eccellente. Avrò sbagliato città? Sarà questo uno dei tre giorni di sole in tutto l’anno? E dove sono gli zombie vestiti di nero, gli  “spettri del mondo”? Qua, come nel resto della Cina, le ragazze indossano pantaloncini estremamente corti e gli abiti bianchi, per proteggersi dal caldo, vanno per la maggiore. Non riscontro nulla di quel che Visetti scriveva: “La gente preferisce confondersi con la tenebra, rinunciare ai colori e figuriamoci al bianco, per non vedere il veleno che la uccide”.
O Ancora. “La popolazione è fatta di povera gente: minatori, operai, ex contadini invecchiati, famiglie di figli unici. Sono ammassati in case rotte che commuovono, nascoste tra montagne di detriti“ dice Visetti. Invece girando per la città non si notano differenze dal resto della Cina. Anzi, pullulano i negozi e come altrove la gente è smaniosa di consumare e compare. Le banche, presenti in ogni via non sono sinonimo di povertà. Nel centro una gigantesca pagoda è ormai diventata un’enorme isola pedonale. Si sale con cinque yuan. Dentro si respira un clima di pace, ma dal balcone la postazione è ottimale per scorgere la fiumana di auto che ingolfa Linfen. Un immagine comune a tutte le grosse città della Cina.
 Mi ristoro nella piazza principale pensando a quanto le descrizioni di Visetti siano lontane dalla realtà e a quanto sia bieco il suo voler toccare il cuore con immagini patetiche tipo: “Passa una scolaresca: adolescenti già decrepiti, stesi su lettini con le ruote, con la pelle sollevata dalle suppurazioni, la testa che ciondola su un lato. Vanno al prelievo settimanale del sangue e ripetono il passaggio più bello di un poema”.
Si avvicinano due belle ragazze, curiose della presenza di uno straniero, e mi chiedono cosa ci faccio a Linfen. Per comunicare utilizziamo il traduttore Inglese Cinese del cellulare con risultati che sfiorano la comicità. Scopro che vengono dal Sichuan, e si sono trasferite a Linfen perché… “money, money” dice la più giovane delle due. Ad entrambe piace Linfen e non tornerebbero mai nelle loro città natie, che mi indicano sulla cartina. Forse è in questi posti che Visetti dovrebbe andare a cercare l’inferno. Città colme di rifiuti, sommerse da nuvole di terra per le strade ancora sterrate, dove si è costretti ad indossare sempre la mascherina.
QUI C’E’ LAVORO! – “Chi resta qua non ha alternative – dice Visetti – gli altri fuggono”. Invece ciò che attrae a Linfen è proprio la possibilità di trovare lavoro. Anche gli amici delle giovani non sono originari di qua. Una delle due lavora in un negozio di cellulari, l’altra di vestiti. Mi portano a visitare l’Università, alla facoltà di belle arti. Il giardino è un bel parco con un laghetto e delle pagode (gli alberi sono veri e non di plastica). Dentro si tiene un’esposizione dei lavori dei tesisti. Come in ogni parco ci sono cinesi che cantano e ballano.
In qualche modo chiedo se è rara una giornata così bella. A quanto pare no; in primavera e d’estate è all’ordine del giorno. Ma cosa raccontava allora Visetti? È stato veramente qua oppure, come inizio a sospettare, è rimasto nella capitale a fare ricerca sul web? Ora, non dico che Linfen sia un posto splendido in cui trascorrere le proprie giornate, anzi al confronto Voghera è un luogo gradevole, eppure quelle descrizioni avevano solo la funzione di prendere lo stomaco. Suvvia, c’è anche la possibilità che in quest’anno è mezzo sia cambiato tutto e abbiano chiuso le centinaia di miniere di carbone che circondavano la città…. in tal caso questo sarebbe un vero miracolo cinese. Ma stento a crederci.
Tornato a Pingyao, la sera, approfitto del collegamento ad internet dell’ostello per fare un po’ di ricerca. In Italiano l’articolo di Visetti è il primo e ha dato il via ad una serie di cloni e riscritture, ma non è difficile trovare le fonti d’ispirazione, in inglese. In Italia tutti hanno dovuto affidarsi ciecamente al suo racconto. Forse ci piace credere che in terra esistano inferni di questo tipo, ci piacciono le favole tetre ma verosimili, quelle mascherate da giornalismo. Non c’è solo la fabbrica del fango, ma anche quella delle polveri sottili.

Sichuan: voyeurismo al funerale tibetano

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Dopo aver seguito la principale direttrice turistica dello Yunnan e visitato una Cina completamente sanificata e ri-costruita per lo shopping, decido di mollare il circuito, staccarmi dalle rassicuranti rotte del turismo di massa e muovermi attraverso territori meno contaminati dai flussi.
Il mio viaggio verso Litang, un paesone ad oltre 4.000 metri di altitudine tra le montagne del Sichuan, è segnalato e descritto sulla bibbia del viaggiatore Occidentale, la Lonely Planet, la guida più diffusa sui tavolini degli Hostelling International del globo. La LP, utile per viaggiare in posti in cui non si conosce la lingua e piacevole da leggere durante gli spostamenti, ha il potere funesto di corrompere un posto, di alterarne l’equilibrio, di spezzarne l’incanto. Basta che consigli un luogo per modificarne la natura. Se c’è un ameno ristorantino frequentato solo da da autoctoni, una recensione positiva della sopraddetta sarà in grado di direzionare fiumane di turisti occidentali assetati di esperienze autentiche che tosto diventeranno artificiali perché il posto cercherà di adeguarsi agli standard dei nuovi arrivati; verrà corrotto da questa presenza cancerogena, ma lo farà con piacere, perché arriveranno più soldi, aumenteranno i coperti e verrà salato il costo dei pasti. Eppure i proprietari di un esercizio commerciale cinese non diranno mai “Cosa siamo diventati?!” o “Abbiamo venduto l’anima al diavolo!” perché saranno troppo impegnati a contare i quai, come chiamano qua i soldi. Il potere della LP in posti come la Cina è immenso. Ostelli e guesthouse si adeguano e organizzano tour mirati nei luoghi consigliati mentre gli altri vengono completamente dimenticati; se un museo non viene indicato dalla guida non vedrà mai l’ombra di un viaggiatore occidentale. La maggior parte dei viaggiatori smette di pensare, di chiedere; esegue le direttive della LP andando a vedere ciò che viene suggerito, fa una tacca sulla propria guida e poi parte verso nuove avventure.

Intenzionato a rendermi la vita un po’ più difficile abbandono Shangri-la in direzione Xiangcheng, nel montuoso Sichuan, una regione capace di ridimensionare il senso della parola “piccante”, relativamente al cibo. Il viaggio in autobus si protrae per 8 ore, nonostante il numero esiguo di chilometri, a causa delle strade sterrate e dei continui intoppi che impediscono di andare ad una velocità più che cicloturistica. Col rumoroso dinosauro di lamiera si valicano passi a 5.000 metri d’altezza, eppure non sembra di essere in quota visti gli immensi altipiani su cui pascolano placidi yak, indifferenti allo scorrere del tempo e al passaggio della corriera. A Xiangcheng, una cittadina a maggioranza tibetana, devo passare la notte in una pensioncina di cui sono il solo avventore. Per sgranchirmi le gambe annichilite dal lungo viaggio in pullman mi incammino sull’erta via di un tempio tibetano che da un colle domina la città. Visto un tempio visti tutti, ma qua non c’è poi tanto da fare. A Xiangcheng buona parte dei giovani maschi  sono monaci che vanno a zonzo per le strade con le motociclette e mi dicono “hello”, l’unica parola in inglese che conoscono. Dopo un po’ ne ho le balle piene di salutare tutti!

Al termine di una salita di qualche chilometro in uno scenario di montagne brulle raggiungo il tempio dove vengo accolto da due monaci, tra cui uno spilungone di due metri che mi fa cenno di seguirli nella loro passeggiata circolare, come se stesse aspettandomi. Qua i due cercano in tutti i modi di comunicare, anche scrivendo per terra con un sasso. Purtroppo il loro inglese è pari al mio cinese: zero. Dopo frustranti tentativi qualcosa riescono a farmi capire dicendo “Obama” e unendo due dita in segno di amicizia. Quando invece accennano a Hu Jintao, il presidente cinese, fanno segno di distruzione morte indicando delle macerie. Torno in albergo senza pensarci più di tanto. Ho altri problemi per la testa tipo procurarmi il biglietto dell’autobus per Litang.

Il giorno successivo trascorro altre 9 ore di corriera tra montagne, saliscendi, altipiani, praterie e rari paesini dove ci si ferma per mangiare una ciotola di riso e andare al gabinetto. Per buona parte del viaggio la colonna sonora è disco-music che tutti paiono gradire. Litang, dove nacque il decimo Dalai Lama, non è un incantevole paese incastonato tra i monti, bensì una moderna e caotica città, rumorosa e inquinata, sviluppata attorno alla via principale. Mi piazzo nel dormitorio dell’ostello più vicino alla stazione degli autobus. Un letto per una notte costa 15 yuan, l’equivalente di un euro e mezzo.

Parlando con la gentile proprietaria scopro che è possibile assistere al cosiddetto tiangzang, il funerale tibetano a cielo aperto in cui il corpo del defunto viene squartato e dato in pasto agli animali. Ne scrive in proposito anche Terzani ne “La porta proibita”; il grande giornalista che viaggiò in lungo e in largo l’Asia fu uno dei primi stranieri ad assistervi. Durante la Rivoluzione Culturale, com’è facile da immaginare, il rito venne proibito, ma fu praticato abusivamente. L’unica controindicazione è che non mi sa dire quanto tempo avrei dovuto aspettare. Per 3 giorni attendo, gesticolando con il figlio della proprietaria, un preadolescente accanito tabagista cresciuto col mito di Michael Jackson. Vagolo anche per la città e passeggio sui colli, che in realtà sono più elevati del Monte Rosa. Anche Litang è edificata con un format consolidato: è dominata da un tempio da cui si ha una visione globale della città. Finalmente, quando comincio ad impazientirmi, la signora dell’ostello mi porge l’agognato bigliettino da presentare ad un tassista. È indicato il luogo dove l’indomani mattina si sarebbe dovuto svolgere il rito funebre.

Poco dopo in albergo, però, mi aspetta una sorpresa. Un poliziotto vuole parlare con me. Mi comunica in un inglese discreto che per ragioni di sicurezza sarebbe meglio che abbandonassi Litang. Sicurezza? La mia naturalmente. Mi spiega che vista l’altitudine potrei avere problemi di salute a causa del difficoltoso acclimatamento. Sono costretto a promettergli che l’indomani me ne sarei andato di con un minibus serale.

Qua ci sarebbe da aprire una parentesi sui disordini, poco seguiti dalla stampa occidentale e completamente omessi da quella cinese di fine aprile del 2011 nella regione di Nagba, nel Sichuan, vicino al confine col Tibet, in cui migliaia di monaci erano stretti d’assedio dalla polizia cinese. Ricordo un articolo di propaganda del China Daily, l’acritica voce del padrone, in cui si ricordava quanto la Cina stesse facendo bene per il Tibet, con testimonianze di ragazzi tibetani che grazie all’aiuto dei cinesi erano riusciti a fuggire una vita di stenti e privazioni. In questo c’è sicuramente del vero, ma è una verità parziale che nasconde la violenza usata da Pechino per placare gli slanci autonomisti. A leggere i giornali locali pare che il rapporto tra Cina e Tibet non sia solo pacifico ma addirittura armonioso. Com’è facile da immaginare, durante gli scontri e le proteste, il turista Occidentale rompiscatole non è gradito.

La mattina successiva mi alzo di buon ora alla ricerca di un autista, che capisce subito perché voglio raggiungere quel posto. Penso che sia lo stesso obiettivo di molti turisti che trascorrono qualche giorno a Litang con la LP sotto il braccio. Arriviamo in largo anticipo attraversando un’enorme discarica a cielo aperto. Siamo a circa un quarto d’ora d’auto fuori dalla città. Ad attenderci uno scenario spettrale: enormi avvoltoi che aspettano. Per terra non è difficile individuare ossa umane e coltellacci.

Non c’è nessun problema se un Occidentale va ad osservare questo infierimento di un cadavere, certo è buonsenso non infastidire i tibetani con le foto. Io, oltre che un voyeur, mi sono sentito un avvoltoio. Il cadavere non solo viene gettato in pasto agli uccellacci ma anche agli spettatori, anche loro assetati di sangue, della cerimonia. Per fortuna, forse anche a causa della bassa stagione, non ero affiancato da stuoli di turisti ma ero solo. Dopo una lunga attesa al freddo e al gelo dei 4.000 metri giungono delle jeep. Scendono una decina di persone e con una flemma tibetana cominciano a preparare il terreno. Mentre un monaco benedice la terra, il tomdem, vale a dire il maestro di cerimonie, recita dei mantra. Mi vedono in disparte che li osservo, ma tutt’altro che irritati mi fanno un cenno di saluto, il tassista mi fa segno che possiamo avvicinarci. In effetti paiono gioviali, fumano e scattano foto agli avvoltoi mentre il monaco ed il tomdem sono assorti nel loro lavoro preparatorio. Poi dal bagagliaio tirano fuori il corpo del defunto, avvolto in un telo bianco. Viene steso a pancia in giù, nudo. Gli avvoltoi si avvicinano e i famigliari li tengono lontani con dei bastoni mentre il cerimoniere affila un coltello con un sasso. Poi il cerimoniere squarta il cadavere, apre il cranio e getta il cervello in pasto agli avvoltoi. Tutto il corpo viene aperto minuziosamente con il coltello. I famigliari con i bastoni hanno un bel da fare per tenere lontano gli uccellacci che non vedono l’ora di banchettare. Quando il cerimoniere termina lo squartamento e l’asportazione degli organi, si allontana e gli avvoltoi si avventano famelici; è un’orgia di uccelli che si sfamano di un cadavere. L’odore è insopportabile e fa venire il voltastomaco; in un quarto d’ora non rimane più nulla. L’atto di generosità nei confronti della natura si conclude. È per ragioni spirituali e pratiche che si compie il tiangzang. Con la morte lo spirito si allontana dal corpo che non ha più alcuna utilità nel mondo se non quella, ultima, di sfamare le bestie.

La sera mi viene voglia di restare a Litang solo per non ubbidire al poliziotto, ma la signora dell’ostello mi ricorda da dove partono i mini-bus per la tappa successiva. Probabilmente là mi stanno aspettando.

Yunnan: intrappolato nei circuiti del turismo cinese

pubblicato su giornalettismo

Lo Yunnan è una delle regioni più affascinanti della Cina. A Nord di Laos e Birmania, a Sud del Tibet, vanta una straordinaria varietà di paesaggi; si va dalle celebri risaie a terrazza di YuanYang ai quasi 7.000 metri del Kawa Karpo. Kunming, il capoluogo, è considerato uno dei posti più vivibili e piacevoli della Cina. È questo il punto di partenza del mio viaggio in cui sarò circondato da orde di turisti con gli occhi a mandorla.

Un classico percorso turistico cinese consiste nel dirigersi verso nord da Kunming, prima con treni poi con autobus che attraversano strade ancora sterrate ma che collegano città da oltre 50.000 abitanti. La Cina, vista da qua, è un enorme cantiere dove tutti lavorano, le donne nei campi e gli uomini lungo le strade in costruzione. Il gran polverone obbliga chi viene investito dalla modernizzazione ad indossare la mascherina per non respirare la terra che si libra nell’aria. Lungo le strade impolverate donne di qualche minoranza vendono le fragole ai turisti dei pullman in sosta. Meta ideale di questo percorso è Deqin, a oltre 3500 metri di quota. Poi, chi lo vuole, può pagare profumatamente per un viaggio organizzato di qualche giorno in Tibet, dove potrà vedere esattamente ciò che vogliono fargli vedere, cioè che la Cina è un paese ricco e moderno.
La Cina a cui si assiste da Kunming a Deqin è completamente finta. È come se i dirigenti del Partito Comunista avessero preso in mano le guide per turisti (tipo Lonely Planet) e riempito i luoghi indicati di centri commerciali e boutique di paccottiglia, poi li hanno ripuliti di tutta la sporcizia e le macerie ed ora potremmo essere all’outlet di Serravalle Scrivia, se non fosse scritto tutto in ideogrammi. I turisti cinesi sono facili da istradare perché sono ancora in una fase primitiva del turismo di massa. Hanno delle guide ove sono indicati una manciata di luoghi e vanno solo in quelli. Non oseranno mai distaccarsi dalle direttive, non è pensabile. Non è facile uscire dal circuito, ti serve l’aiuto di qualche locale, di qualcuno che parli cinese, ma questi non capirà  perché vuoi farlo. Puoi noleggiare una macchina o prendere una bicicletta, ma qua le distanze sono straordinarie e si entra in una realtà in cui è impossibile comunicare, persino gesticolando. Anche per i numeri hanno un altro sistema di gesti. Mi è capitato di chiedere una birra e me ne hanno portate due. Nonostante fossi seduto al tavolo, da solo.
A Dàlì City arrivano ogni anno milioni di viandanti dagli occhi a mandorla. Qualche hanno fa i Cinesi non viaggiavano, mentre gli Occidentali scoprirono questo luogo lungo la strada per il Tibet. Alcuni post hippies se ne innamorarono e si stabilirono qua. Dalì City è uno dei pochi luoghi in Cina in cui per le strade si trovano spacciatori di marijuana. Si tratta delle donne della minoranza Bai che lungo il corso principale propongono “Ganja Ganja” agli occidentali. La città nuova, investita dai turisti, è stata ricostruita una decina d’anni fa per lo shopping. Essendo meta di spicco sulle guide cinesi, è luogo da turismo di massa. Ai cinesi interessa solo lo shopping. Non è raro vedere cinesi che si  fotografano mentre fanno acquisti nei negozi; sì perché la loro seconda grande passione è fotografare qualunque cosa capiti a tiro. Ci sono uomini e donne Bai con abiti tipici che fanno le foto coi turisti e la sera scendono in piazza e ballano in gruppo, per farsi immortalare. Ho visto dei montoni la cui evoluzione è alterata dal numero di flash ricevuti giornalmente. Probabilmente stanno mutando per diventare più fotogenici. I fricchettoni occidentali che qualche anno fa trovarono in Dalì City un posto incantato dove meditare ora o sono scappati o hanno aperto un bar o negozio e si arricchiscono sui turisti cinesi vendendo borsette stile Mercatino di Natale di qualunque località italiana.
I turisti girano in branchi rumorosi; in testa ce n’è uno con una bandierina ed un megafono. Dice due o tre cose sui palazzi e le pagode che sono state recentemente ricostruite (per i cinesi autentico o riprodotto non fa alcuna differenza). Finita la descrizione scatta il subisso di foto. I cinesi non si discostano dalle vie principali. Verso 17.00 montano sugli autobus diretti ai loro albergoni in periferia dove mangiano e fanno il karaoke. Si alzeranno alle 6 del mattino per una nuova giornata di acquisti e di tour organizzati che sfociano nei centri-città ricostruiti per i negozi, dove si faranno fotografare accanto a merci e simulazioni di luoghi. Il passato non esiste. Mao durante la Rivoluzione Culturale ha distrutto tutto. Sulle macerie talvolta sono state rifatte città ad usum turista, altre volte sono state create dal nulla, come Shangri-là, inventata nel 1997 per cavalcare il successo del romanzo Orizzonte Perduto .Il turista cinese viene eterodiretto senza alcun problema. Sono pochi i solitari; si contano sulle dita di una mano gli esploratori con esigenze particolari, romantiche, alla ricerca del contatto con la natura…
Anche i turisti occidentali sono abilmente direzionati, in maniera geniale e sottilissima. Ci vole una manciata di giorni per rendersene conto. La Cina del circuito non offre alcun problema. Vado in un ostello, trovo i volantini degli ostelli successivi. Prendo il taxi o mi muovo a piedi con la cartina e vado a vedere i monumenti, i tempi, le pagode indicati sulla mia guida di riferimento. Torno nel mio ostello, dove la ragazza alla reception efficiente, affabile e che parla un minimo d’inglese mi prenota il bus/treno per la località successiva dove andrò in un altro ostello e troverò solo stranieri, un clima friendly, un tavolo da biliardo e da ping pong, la possibilità di assumere continental breakfast, una lavatrice e talvolta un collegamento VPN ad un server di Hong Kong per andare su Facebook e poter dire che la Cina è pulita e sicura.
Non importa dove si pernotta, il format è lo stesso. Ostelli e guest house non si fanno concorrenza, partecipano al grande instradamento di massa. Così si sale verso il Tibet, attraverso città indicate dalla guida: Kunming, Dalì City, Lijiang, Shangri-la, Deqin. Ad ogni passaggio viene controllato il passaporto. Vedono che stai facendo il giusto itinerario ed è come se nelle località successive ti aspettassero. Non c’è via di fuga, quasi tutti i viaggiatori percorrono la stessa rotta, è come seguire una linea retta con al massimo piccole variazioni da gita di un giorno. Sei libero eppure non lo sei, perché non sai come staccarti dai binari. La conversazione tra stranieri tipo è questa:
–                    Dove sei stato?
–                    A Dalì city
–                    Pure io
–                    Dove vai ora?
–                    A Lijiang.
–                    Pure io
–                    Ehi, come piccolo il mondo!
In pratica esistono 2 correnti di turisti. Una di serie A (Authentic China), turisti Cinesi che viaggiano compatti e sono facilmente domabili, si domano da soli e una di serie B (Backpackers) fatta dai turisti occidentali, più sfacciati e curiosi. A loro viene offerta l’opportunità di girare per lo Yunnan in modo facile e sicuro, da un Hostelling International all’altro. Crediamo di andare in giro per la Cina, ma siamo a Disneyland e passiamo da un’attrazione a quella successiva, da un negozio di paccottiglia all’altro. Come in un racconto di Borges ti sembra di avere mille possibilità di movimento, invece alla fine ti accorgi che hai fatto l’unica possibile. E lo svizzero che avevi incontrato il primo giorno nella strada verso il Tibet, lo potresti incontrare il decimo giorno in un altro ostello e scoprire che ha fatto esattamente il tuo stesso percorso. Ce n’erano altri possibili?

Hong Kong in un giro di Rolex (falso)

pubblicato su Giornalettismo

Hong Kong, ex colonia britannica ora tornata alla Cina, città di sette milioni di abitanti compressi in poco più di mille chilometri quadrati, è luogo affascinante, luccicante e ricco di contraddizioni. Efficientissima e piena di centri per lo shopping, una capitale del futuro con i piedi ben piantati nel presente.

Hong Kong colpisce da subito per l’efficienza e la capillarità del sistema dei trasporti. Una volta atterrati nello spettacolare aeroporto internazionale, un’enorme piattaforma protesa sul mare, si è immediatamente proiettati su trenino iper-veloce che conduce sulla terraferma. Un primo contatto con l’efficienza lussuosa che caratterizza molti aspetti della metropoli asiatica.
L’ex colonia inglese è così opulenta che gli spacciatori per le strade affibbiano Rolex (falsi, ma praticamente perfetti). E non è una copertura per la droga, ne ho seguito uno e questi ha aperto una 24 ore. Dentro c’erano orologi. Qualunque cosa vuoi fare ad HK devi transitare da un centro commerciale. Per andare in bagno, in banca o dall’avvocato, prendere la nave per Macao o recarti in un tempio per incontrare un losco personaggio delle Triadi… tutto è un grande shopping mall. Puoi andare da una parte all’altra della città, nei sotterranei e nei passaggi sopraelevati, senza uscire dai negozi. Spesso non si può attraversare la strada, è vietato. Si è costretti a prendere il sottopassaggio. E sotto naturalmente si troveranno chilometri di negozi.
È il primo assaggio della Cina, dove sei libero, ma nello stesso tempo costretto a seguire determinati itinerari. Eppure HK non è Cina, qua la gente non sputa selvaggiamente e non getta la spazzatura per la strada. Ad HK ho assistito a sobrie manifestazioni di protesta: manifestanti educati in giacca e cravatta sorvegliati da poliziotti Nerd. I manifestanti suonavano ritmicamente un tamburo mentre e da un megafono poggiato per terra arrivavano le ragioni della protesta. Tutte le manifestazioni si svolgevano davanti a delle banche, anche se potrebbe essere solo un caso, vista la capillarità del settore.
Il posto ideale per dormire è la Chunking Mansions, il luogo più borderline di HK, con gli affittacamere più a buon mercato di una città può essere economica o costosissima. Nonostante questo, al primo piano dell’enorme palazzone, si trova un centro commerciale. Zampe di gallina fritte, cellulari e net-book di ultima generazione convivono in uno spazio multietnico e maleodorante, con le celebri code di gente che attende di poter prendere l’ascensore. HK è un alveare di umanità che brulica per le strade e nei sottopassaggi, caotica ma nello stesso tempo ordinata e pulita. I pochi che fumano lo fanno di fianco agli appositi cestini-posacenere. Per le strade si vedono quasi solo autobus e taxi, ma muoversi in autobus è una sfida per lo straniero che non conosce una sola parola di cinese, specialmente se decide di salire sui mini-pullman col tetto rosso, ad itinerario variabile. In teoria funzionano come dei taxi, ma senza parlare cinese spostarsi è un’impresa titanica. Imperdibili poi le scale mobili più lunghe del mondo, al Central. Sono progettate per i pendolari; la mattina scendono, mentre la sera salgono sull’erto colle, affiancate da locali per Occidentali.


Un esempio del shopping-izzazione della vita ad HK si trova nell’itinerario più turistico. Victoria Peak, il picco che domina tutta la baia, il luogo più suggestivo, insieme al grattacielo della Bank of China, per vedere l’imponente massa di grattacieli. Sulle pendici del colle, alto poco più di 500 metri, su cui si sale con uno storico tram, vivono i ricchi; si scorgono decine ville con piscina. In cima al Picco c’è la stessa costruzione presente sulle banconote da venti dollari. Cos’è diventata? Elementare, un centro commerciale!Se non si è troppo carichi di pacchi la sera, se è il giorno giusto, cioè mercoledì, si potrebbe  trascorrerla all’ippodromo Happy Valley, il luogo di ritrovo degli expats inglesi, pieno di ragazze tirate e carine. Poi, dopo essersi caricati di birra (qua va soprattutto in caraffe)  si può prendere il celebre tram a due piani e scendere in Wan Chai, il quartiere a luci rosse, per assistere ad uno spogliarello ad usum turista e naturalmente… farsi spennare.